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LA CASA NELLE VARIE CULTURE DEL MONDO

FRA ORIENTE E OCCIDENTE LA CASA NELLE VARIE CULTURE DEL MONDO

  Ben lontana dall’essere soltanto il luogo fisico nel quale trascorriamo le nostre giornate, la casa è lo spazio nel quale l'individuo o la famiglia organizza la sua vita, sperimenta le proprie immagini culturali, esplica le proprie funzioni. La casa è il posto nel quale la soggettività si definisce, un luogo protetto ma in costante dialogo con l’ambiente esterno, nel quale l’individuo costruisce se stesso, dove le famiglie consolidano la propria storia. 
L’azione simbolica della casa, intesa come unità abitativa e non come mera struttura funzionale ed architettonica, ha una profonda valenza sociologica, psicologica, antropologica  ed interpersonal. Non a caso perdere la casa è sinonimo di straniamento e frammentazione dell’identità, senza di essa ci si sente privati dei punti di riferimento.
Osservare l’evoluzione storica dell’abitazione nelle varie culture e nelle diverse classi sociali è un punto di vista interessante per poter analizzare lo sviluppo della società stessa nel corso dei secoli.  E’ affascinante immaginarsi in viaggio attraverso i millenni che hanno fatto la storia dei nostri antenati, a partire addirittura dall’antica Mesopotamia, dove la tipica abitazione si sviluppava attorno ad un cortile interno scoperto sul quale si affacciano i vari ambienti, con zone ben distinte per uomini e donne. In Egitto invece si svilupparono case collettive con terrazze comuni fatte di mattoni ed argilla; mentre nell’antica Roma la struttura si snoda attorno ad un cortile quadrato o rettangolare, spazio rappresentativo della vita pubblica familiare, mentre la parte della casa dedicata alla vita privata è separata dalla zona comune.

L’abitazione unifamiliare si afferma nel Medioevo con il riformarsi della famiglia come nucleo autonomo, spesso adiacente all’attività produttiva, e volta soprattutto a svolgere il ruolo di dormitorio e rifugio. E’nel XVIII secolo, invece, che compaiono le prime strutture plurifamiliari su più piani, in seguito all’aumento della popolazione urbana in rapida espansione. La prima città nella quale prende forma il concetto di abitazione proletaria è Londra, sede della grande rivoluzione industriale, dove gli operai si affollano negli slums, quartieri composti da monolocali fatiscenti ed angusti simili a dormitori, perché la classe sociale si rispecchia anche nelle sue abitazioni.
  Anche la funzione primordiale dell’abitare, infatti, si articola in relazione ai differenti gruppi sociali: se per la classe lavoratrice operaia la casa è riparo e fortezza, per quella media e borghese diviene espressione di sé e realizzazione della propria sfera di vita privata, nonché materializzazione delle più intime paure. Nelle grandi case signorili dell’Ottocento gli interni colmi di oggetti e continue ostentazioni e ricercatezze sono la dimostrazione dell’horror vacui tipico della società del XIX secolo, mentre le teorie contemporanee dell’architettura ecosostenibile puntano sulla totale integrazione tra territorio ed unità abitativa, essenzialità e sofisticata new age coesistono nelle case sperimentali del Ventunesimo secolo, che rispecchiano la dimensione dell’uomo moderno alla ricerca di se stesso e di un nuovo rispetto per il proprio ambiente.
  La storica dicotomìa che da sempre si osserva fra la cultura occidentale e quella orientale trova la massima espressione fra le mura domestiche. Luogo di rappresentazione e spesso di ostentazione del proprio status sociale, in Occidente la casa denuncia il desiderio di possesso del luogo e degli oggetti, traducendosi a volte addirittura nel tentativo di piegare al proprio servizio l’ambiente circostante e la natura. Agli antipodi si colloca invece la concezione orientale della casa, che rispecchia innanzitutto il desiderio di inserirla in maniera quasi indolore nella natura tutt’attorno, in modo che pareti e strutture non creino una barriera col mondo circostante da cui doversi difendere e proteggere, come invece avviene da noi, ma si integrino perfettamente col resto dell’universo. Pareti mobili, pannelli scorrevoli, flessibilità di funzioni nell’ambito degli stessi spazi consentono di vivere l’ambiente domestico in maniera “leggera”, adeguando l’intero assetto all’alternanza fra giorno e notte, e delle stagioni.
  E’ facile ravvisare nelle contrapposte concezioni fra le due culture i retaggi di secoli e secoli di condizionamenti filosofici e religiosi, che tradiscono in Occidente il desiderio di esorcizzare la caducità del mondo terreno e della morte con il rifugio nell’idea di “possesso” del luogo e di tutto ciò che vi racchiude all’interno, lasciando invece alla cultura buddista la semplice consapevolezza dell’effimero insito in ogni cosa terrena, e il conseguente desiderio di equilibrio fra interno ed esterno.

Si assiste oggi in Occidente ad una concezione un po’ più  olistica dell’abitare, legata al  desiderio di recuperare il legame con l’ambiente esterno. Questa visione si rifà ad una caratteristica primaria delle abitazioni nel passato, costruite per lo più con i materiali presenti sul posto ed in armonia con le strutture ambientali e sociali del luogo, e ricalca per certi versi la concezione tipica della cultura giapponese e del Feng Shui. 

Minimalismo e semplicità, dunque, sono i tratti essenziali dell’abitazione tradizionale giapponese: mentre in Occidente è chiara la ricerca negli ornamenti e nella solidità degli edifici, i designer giapponesi cercano materiali che possano sottolineare l’imperfezione delle cose del mondo ed aspirano ad una rude semplicità e ad una bellezza essenziale, che traspare dalla modestia e dal minimalismo nella ricerca di un equilibrio tra quiete, misura e raffinatezza. Di fatto per i Giapponesi la casa è luogo dell’anima e con essa deve congiungersi, a differenza dell’approccio occidentale di Le Corbusier, per il quale la casa è una grande macchina per abitare. 
  Tra minimalismo ed eccessi, tra trascendenza e concretezza si colloca, poi, l’esperienza delle culture nomadi e dei rifugiati, di quei popoli che da sempre faticano a riconoscersi in un territorio definito e, di conseguenza, in una specifica unità abitativa. E’questa ad esempio l’esperienza del popolo palestinese, quasi apolide in un territorio segnato da profondi conflitti: per queste culture più che per le altre la casa diviene, come afferma lo stesso Renos K. Papadopoulos, “non soltanto un luogo, ma anche il fascio di sentimenti associato a esso”. Proprio in linea con questa analisi, l’artista palestinese Ahlam Shibli descrive con il suo lavoro il fallimento dei tentativi di trovare una casa in cui radicarsi da parte del popolo palestinese, giungendo alla conclusione che proprio una delle esperienze più significative del Ventesimo secolo è stata la perdita del senso dell’abitazione come elemento garantito e affidabile, soprattutto per queste popolazioni. Per tali culture, dunque, l’abitazione cambia ancora forma e senso: non si identifica più con una struttura territorialmente e geograficamente definita, bensì con il corpo stesso dell’individuo. 
     



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